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THIS GOES NOWHERE BUT HERE
QP x Graphicus Magazine
Issue n.6
2017

“We have indeed noticed that the meaning of the word ‘design’ has shifted a bit, lately. In popular media, the word suddenly has a certain gloss. More and more, it seems to represent the shiny world of iPhones, iPods, iPads, TED speakers, a commerce-friendly sustainability, a bright sort of pragmatism, ‘innovation,’ ‘added business value,’ ‘thought leaders,’ ‘social design,’ ‘networks economies,’ etc. The people behind this newer, sexier brand of design seem to radiate a glamorous sort of optimism. We are certain that these new design leaders have the best intentions, and in fact, we have no doubt that these brilliant minds will probably deliver us to a better future. But still, this shiny world is something we personally don’t feel connected to at all.”

— Experimental Jetset,
Statement and Counter-Statement: Notes on Experimental Jetset
Roma Publications (Amsterdam)
2015, pp. 341–342.

In che modo sta cambiando la produzione e la fruizione di contenuti visuali? Quale può essere il ruolo del grafico in questo processo?
Iniziamo a discutere del progetto, dell’idea, di come dovrebbe rappresentare la nostra visione del design, dei suoi linguaggi e strumenti. E allora ci rendiamo conto della difficoltà di scrivere un testo univoco che racchiuda, in poche parole, visioni talvolta diametralmente diverse. Di fatto, se il passaggio dall’analogico al digitale rappresenta la grande rivoluzione del ventunesimo secolo, ci chiediamo come questo cambio di paradigma stia progressivamente influenzando il nostro modo di fare, progettare e pensare ben oltre il design. Il paradosso è qui: sebbene il futuro sembri andare verso una direzione unica e sempre più tecnologizzata, il cambiamento è in corso ora e può, deve, essere discusso.
Da un lato la fruizione dei contenuti nell’era digitale è indubbiamente mutata. Se prima esistevano canali fissi di informazione legati principalmente al testo e alla carta stampata, la spontaneità e l’istantaneità della condivisione nella rete hanno annullato qualsiasi genere di barriera temporale, geografica e tipizzazione locale. Un filtro resta semmai legato all’accessibilità e al fatto che, per quanto scontato, la digitalizzazione della comunicazione è un processo in fieri che tocca una porzione limitata della popolazione. C’è, dunque, da chiedersi quanto questa cultura digitale e condivisa sia realmente popolare in termini di creazione dei contenuti piuttosto che del loro consumo. Dall’altro, è lecito anche interrogarsi sulle conseguenze di questa globalizzazione estetica: società liquide, contenuti fluidi, estemporaneità, perdita del monopolio autoriale, superamento (morte?) del messaggio e vittoria dell’individualismo liberale.
Libertà di informazione e soggettività interpretativa, grandi conquiste dei nuovi media, sembrano minare ciò che sta alla base di un percorso esistenziale di crescita se usate in maniera inconsapevole: la responsabilità. La responsabilità del messaggio condiviso e, ancora prima, la condivisione del processo da cui è scaturito. Di fatto, in quest’era post-ideologica c’è chi si sente orfano. Ma se l’atteggiamento tecnofobico è di certo anacronistico — e quello moralizzatore controproducente, come ogni scontro generazionale insegna —, è lecito affermare l’importanza di una conoscenza digitale, se di linguaggio e comunicazione si vuole parlare. Se davvero l’accesso, il consumo e la produzione di contenuti digitali stanno trasformando così radicalmente la nostra società nei suoi connotati antropologici, è doveroso discutere le basi di tale linguaggio, del suo utilizzo e della sua pratica, indagarne le funzioni. È possibile allenare le nostre menti all’immaginazione etica oltre all’immagine puramente estetica?
Il design da sempre gioca un ruolo di responsabilità tanto nei suoi contenuti quanto nelle sue forme: se il medium non è neutrale ma determina il messaggio, come afferma Marshall McLuhan, la consapevolezza metodologica diventa quanto mai fondamentale. Banalmente, il paradosso è anche qui: una bobina di carta presa da un garage diventa un poster, un limbo fotografico da ultimare viene utilizzato come set e svelato nella sua incompiutezza, uno scatto fotografico presenta un oggetto e documenta la realizzazione di un’idea, un URL che non porta da nessuna parte viene tracciato e colorato a mano, la manualità del gesto scrive qualcosa di insensato. Il testo svuotato di significato rimane forma, pura estetica.

*Liberamente tratto da una conversazione di gruppo al Bar Pietro.